Sono nata in Alessandria, ma sono di origini calabresi. Mia mamma aveva 16 anni quando è arrivata in Alessandria, è arrivata nel ‘35. È venuta con tutta la famiglia, per il lavoro di mio nonno che aveva una piccola impresa di calzature e seguiva l’esercito. Quindi hanno lasciato la Calabria per lavoro. Mio papà si è poi aggiunto: stavano portando mio papà in Germania e, passando da Alessandria, si è ricordato di questa famiglia (la mia, da parte di madre) che si era trasferita ed è saltato giù dal treno e si è aggiunto.
Hanno abitato in circonvallazione, all’angolo con via Palestro. Una casa bellissima con una cucina enorme e una bella terrazza. Noi eravamo una famiglia molto numerosa, erano 10 figli, di cui 7 femmine. Mia mamma e suo marito hanno poi lasciato la casa e hanno abitato prima in Corso Roma e poi si sono spostati nella casa dove adesso vivo io che è in Spalto Gamondio. Sono emigrati, ma era comunque una condizione abbastanza agiata. Abbiamo avuto prima la casa con la terrazza e poi le altre avevano comunque il cortile in cui si giocava.
A scuola c’era un problema di discriminazione e si sentivano esclusi e messi da parte. Sul lavoro non penso. Poi, comunque, non sono andati tutti a lavorare, ma quelli che hanno lavorato no. Non hanno avuto problemi. Mi ricordo le prese in giro legate al cognome, veniva ripetuto “Vadalà ti mando a prendere il baccalà”.
Venendo al nord si sono portati dietro le proprie tradizioni, sicuramente la cucina. E poi una sorta di eredità di costituzione, il venire dal sud. Hanno mantenuto il dialetto, a casa parlavano sempre e solo in dialetto. Era una specie di riproduzione di Calabria in Alessandria. Molte delle mie zie hanno comunque spostato persone del sud. L’inserimento è stato difficile. Essendo una famiglia costituita per lo più da donne, mio nonno non le faceva mai uscire, tanto che molti eventi venivano organizzati a casa. L’unica ad uscire era mia nonna che faceva spesa e commissioni per tutti quanti. Con la guerra poi si sono spostati anche a Cassine e lì, paradossalmente, erano tutti più liberi. Uscivano andavano in bicicletta, a fare la spesa o le commissioni. Dopo un po’ tutto si è assestato. Stiamo anche parlando di molto tempo fa in cui, probabilmente, le cose erano differenti. E comunque penso che loro, tutti, siano sempre stati felici di essere venuti al nord. Hanno sempre avuto molti amici alessandrini. L’unica condizione era che tutto fosse in casa. Ballavano anche in casa tutte le settimane, e venivano anche dei ragazzi.
La nostra esperienza è stata sicuramente meno traumatica rispetto agli immigrati di oggi. Anche per la mia esperienza a scuola, chi è venuto ultimamente dall’estero ha davvero vissuto delle cose orribili. Nel caso della mia famiglia questo trauma non c’è stato.