“…Il nostro negozio di riferimento era in via Verona, all’angolo con via Santa Maria di Castello. Mi ricordo anche il nome della bottegaia: Gina. Era una signora splendida, con due figlie e il marito che portava il latte a casa della gente, in bicicletta”
“…La domenica era consacrata al giro in macchina. E io, che avevo tutti i miei amichetti, a volte riuscivo a scansarla, a volte no.”
Io sono nato ad Alessandria, ma i mie genitori, entrambi, venivano dalla Calabria. Sono arrivati in due momenti diversi: mio padre attorno agli anni ’40, perché era a militare. Dopo l’8 settembre si è fermato e non è più tornato in Calabria. Mia madre è arrivata poi nel ’49 quando si sono sposati.
Mio padre era del ’21, aveva 20 anni quando è arrivato. Mio padre era qui da solo e poi è tornato al paese per sposarsi e poi è tornato qua. Abitava in un paesello e il suo destino era quello di fare il contadino, come suo padre. Arrivato qui era a militare, ma poi si è fatto una rete di amicizie. Ha iniziato a conoscere gente, situazione e quindi quando è stata ora di decidere cosa fare, ha deciso di rimare qui e grazie alla rete ha poi iniziato a lavorare. Giù avrebbe avuto un futuro da contadino. Il paese da cui veniva è un paese nella provincia di Reggio Calabria, si chiama Anoia, un paesino di 2000 abitanti. Le famiglie sono rimaste giù in Calabria. I genitori sono rimasti giù, mentre i fratelli e le sorelle erano quasi tutti immigrati, ma in posti diversi. Chi a Roma, chi a Savona, chi in America, chi in Argentina.
Mio papà non ha scelto Alessandria. Si è trovato qui per il militare e poi grazie a questi amici si è fatto una rete di conoscenze. Anche dopo la fuga dell’8 settembre, le sue amicizie erano qua. Si trovava bene ad Alessandria. Al tempo erano anni molti difficili. Era appena finita la guerra, lui ha sempre lavorato, però ha fatto mille mestieri: ha fatto l’operaio, ha lavorato in una pompa di benzina, ha fatto quello che poteva fare. So che vendeva anche in un banchetto in piazza. Ha fatto quello che gli offriva il mercato. Dopo la guerra i problemi c’erano. Lui ha avuto un episodio dopo l’8 settembre. Lui stava in una famiglia che lo teneva a pensione però non era iscritto al partito fascista e non si era presentato alla leva obbligatori. Cercava di sfuggire a tutto questo, ma un giorno l’hanno preso e lo stavano portando in stazione per deportarlo. Lui è riuscito a scappare. Gli sparavano dietro, ma non l’hanno preso. È arrivato all’altezza di dove alloggiava, conosceva tutte le stradine. Arrivato a quell’altezza c’era un portone che metteva in comunicazione le due strade, si è in filato nel portone ed è uscito dalla via opposto ed è andato a nascondersi nella soffitta della casa in cui stava. È rimasto lì sopra per un po’ di tempo. Poi ce l’ha fatta ad uscire. Le difficoltà erano legate al periodo storico.
Ha abitato nella zona centrale della città vecchia. Dove adesso ci sono gli immigrati che vengono dall’estero. Io sono nato in piazza Sanata Maria di Castello, penso il numero 1. Poi ci siamo spostati all’interno del centro. Siamo andati in via Guasco, poi siamo andati, per forza di cose, perché mio padre faceva il custode dell’istituto magistrale e quindi siamo andati ad abitare lì. Poi, quando mio padre è mancato, mia madre si è spostata in Pista. Abbiamo girato tutta la città.
Era un appartamento piccolino, c’erano solo due stanze. Poi quando siamo andati in via Guasco, l’appartamento era abbastanza spazioso. C’erano quattro camere e io avevo la mia, mentre prima eravamo tutti insieme. Ci siamo spostati nell’appartamento più grande anche per l’arrivo di mia sorella. Era anche una bella situazione, perché era una vecchia casa di ringhiera, ma c’era una secondo cortiletto in cui c’eravamo solo noi, era una situazione mono-abitativa in città.
Il nostro negozio di riferimento era in via Verona, all’angolo con via Santa Maria di Castello. Mi ricordo anche il nome della bottegaia: Gina. Era una signora splendida, con due figlie e il marito che portava il latte a casa della gente, in bicicletta. Noi compravamo lì. La signora era di Alessandria. C’era il mercatino in via Guasco, dove adesso c’è il palazzo della provincia. La mattina mettevano fuori tre banchetti in cui vendevano frutta e verdura. C’erano tre signore, mia mamma andava dalla signora Sabina. Allora non c’erano grandi magazzini. Le maglie me le faceva mia mamma, i pantaloni non saprei dirti. Però, una volta all’anno, mi faceva il vestito e si andava dal sarto. Io avrò avuto 12/13 anni, ero robusto. Il vestito nuovo lo inauguravo a Pasqua, perché d’inverno mettevo i pantaloni lunghi e d’estate quelli corti. Allora mi ha fatto questo bel vestito in gessato con i pantaloni al ginocchio. Il giorno di Pasqua vado in Parrocchia, finita la messa vado in cortile a giocare alle “birille” e mi si strappano i pantaloni completamente. Quindi sono rimasto con la giacca e i pantaloni aperti.
Le domeniche negli anni ’50, quando io ero piccolo piccolo, mi ricordo che mi caricava in bicicletta e si andava sul lungo Tanaro. C’era un locale che si chiama “Da mondo” dove c’erano i pescatori che pescavano nel fiume e gli stessi pesci li davano in cucina e li facevano friggere subito. Mio padre era li con i suoi amici, giocava alle bocce e si mangiava pesce. Io ricordo queste domeniche a cavallo della bicicletta, metteva una coperta sulla canna e mi caricava. Poi nei primi anni ’60 si è comprato la macchina e lì è iniziata la tragedia. Io ero già ragazzino e non volevo andare con lui, ma stare con gli amici. Però lui mi portava e andavamo a trovare amici e parenti. La domenica era consacrata al giro in macchina. E io, che avevo tutti i miei amichetti, a volte riuscivo a scansarla, a volte no.
In piazza Sanata Maria di castello c’era il cinema Rovereto, un cinema all’aperto. Cambiavano i film tre volte alla settimana e li ho visti tutti. Adesso il cinema non c’è più, un tempo era il riferimento di tutto il quartiere. Con 20 o 30 lire, non ricordo, vedevi tutti i film. Tutti i film dell’epoca li ho visti lì. Spesso andavo con mia mamma, ma a volte anche da solo. Mio papà ci andava poco, lui andava al bar con gli amici e lì c’era la televisione e si guardava la partita. In via Guasco, angolo via Padova c’era un bar che si chiama “Bar Cino” ed era un posto meraviglio, per noi. C’era il bar poi una specie di divisorio e una sorta di sala cinematografica con la televisione sul fondo. E lì si vedevano: le partite o la tv dei ragazzi. I ragazzi andavano lì a vedere la televisione, prendevi il “fortunello”, che è un gelato, e guardavi la televisione. Era un modo per socializzare.
Noi, come gli immigrati di oggi, ci portiamo un po’ della nostra cultura. Quello che vedo come differente oggi è l’approccio, oggi c’è molta diffidenza e molto razzismo. Penso ce ne sia più oggi rispetto a prima, oggi è molto radicato. È facile sentire battute di cattivo gusto. Molti si sono chiesti perché io abbia avviato la mia attività in questo quartiere, perché mi piace. Trovo rassicurante le persone che escono e si fermano a parlare sull’angolo della strada. Io quando ero bambino stavo in piazza a giocare con mia mamma che sedeva sulle panchine a chiacchierare con le amiche e noi a giocare e lo stesso succedeva ai giardini. Quello che secondo me è cambiato non è tanto l’immigrato, è cambiato l’atteggiamento di chi riceve e si crede di essere a casa sua, essendo a casa di tutti.
Mi ricordo un aneddoto. Mia mamma veniva da un paesino piccolo della Calabria dove le temperature erano diverse. A casa di mia mamma la porta di ingresso aveva gli scuri: era una porta divisa in due la parte sopra si apriva e la parte sotto stava chiusa. Anche se la porta era sempre aperta. Le case erano senza riscaldamento, c’era il bracere in una stanza e il calore si diffondeva da quella. Non aveva mai visto la neve.è arrivata in Alessandria nel ’49. Quell’inverno, io ero nella pancia, aveva nevicato tanto. Lei è ucita e ha visto questa distesa bianca ha fatto un po’ di passi, ma poi è svenuta. Un po’ perché era incinta e un po’ per lo stupore, non ci credeva. Non aveva mai visto tutta questa distesa di bianco Le sue vicine l’hanno vista e l’hanno aiutata e non ha avuto problemi. Ma è svenuta dalla sorpresa.