“…Il cortile era un po’ una piazza, dove alla sera intere famiglie si raccoglievano sul muretto per scherzare e chiacchierare fino a tardi…”
“…Ricordo i baracconi che riempivano Piazza Garibaldi, nel periodo di Pasqua, affollati di bambini e ragazzi…”
Sono calabrese, i miei genitori abitavano già ad Alessandria dal 1954, io sono nata a Scalea nel 1955 perché mia mamma è andata al paese per partorire e avere l’assistenza della sua famiglia. Dopo 3 mesi siamo tornati ad Alessandria, mia mamma aveva 23 anni mio papà 27, mia sorella 3. Siamo stati i primi ad arrivare, negli anni successivi ci hanno raggiunto 4 zii con relativa famiglia e 2 zii single. Di tutti questi solo un nucleo è tornato dopo poco a Scalea. Tutti sono venuti via dal paese perché non c’era lavoro.
Mio padre ha scelto la città di Alessandria perché conosceva un capomastro di Scalea che lavorava tra Asti e Alessandria. Appena arrivati abitavamo alla Gambarina in via Mazzini in Centro, il n° non lo so ma oggi è sede del museo C’era una volta.
Quando avevo 4 anni siamo andati poi ad abitare nelle case ATC di via Rivolta 44 in Pista per assegnazione alloggio di edilizia popolare. Ci vivevamo solo noi, ma ricordo che in alcuni periodi alla Gambarina abbiamo ospitato zie e zii più giovani, non ancora sposati, che cercavano lavoro.
In altri periodi quando eravamo in via Rivolta abbiamo ospitato una conoscente di un paese vicino Scalea, che è poi andata a fare la domestica a Torino dalla figlia della mia maestra delle elementari, e successivamente si è sposata ad Alessandria dove ancora vive con la figlia. E ancora dei ragazzi di Scalea che per un periodo hanno lavorato come manovali nel cantiere dove lavorava mio papà, ma poi sono tornati al paese. Uno ha frequentato la scuola allievi PS al Cristo.
Anche se ero molto piccola ho ricordi nitidi dell’alloggio della Gambarina. Erano 2 stanze contigue al 1° piano, con una cucina e una camera da letto, nella cucina c’erano un lavandino di pietra grigia e una porta balcone che fungeva da ingresso e affacciava su un balcone di ringhiera che dava su un ampio cortile. Non c’era il bagno e il wc era esterno in fondo al ballatoio, dopo altri 2 alloggi.
In via Rivolta invece abitavamo in un alloggio al 3° piano, con cucina, corridoio, 2 camere, bagno e wc separati. Non c’era riscaldamento quindi usavamo la stufa a cherosene. Quando siamo arrivati con il filobus in corso 4 novembre, ricordo che le case erano in fondo alla Pista, in aperta campagna, senza asfaltatura di strade, senza marciapiedi e illuminazione, ed essendo abituate a stare in centro x me e mia sorella era una situazione strana e inquietante, continuavamo a chiedere alla mamma “Ma dove ci hai portate?”. L’alloggio non aveva ancora la luce elettrica e in un primo periodo abbiamo vissuto con le candele. Per noi bambine era divertente e poi il bagno in casa ci sembrava un lusso da principesse.
Ci scaldavamo d’inverno con la stufa a legna alla Gambarina, a cherosene in via Rivolta.
La Gambarina aveva un grande cortile chiuso da alte mura che lo isolavano alla vista, e con un grande portone di legno. Nel cortile lavorava un falegname, credo fosse Casara (che successivamente ha aperto un importante negozio di mobili), e lo spazio era per la maggior parte occupato dai suoi cavalletti con appoggiate sopra le assi di legno in lavorazione. I bambini giocavano nella parte rimanente del cortile o sul ballatoio di ringhiera.
In via Rivolta il cortile era grande e alberato e molto frequentato da bambini di tutte le età. Quando il tempo era bello verso metà pomeriggio arrivava il gelataio (Cadorina, un’istituzione per la città!!) con il suo carretto e tutti i bambini lo assalivano per salutarlo e comprare i suoi coni da 25 lire. Lui si fermava poi a giocare al pallone con i più grandi e quando andava via per un buon tratto di strada “disperdeva” dal suo carretto, come uno sciame di mosche, il nugolo di bambini assiepato tra il sellino e il frigo dei gelati. Altri avventori passavano ogni tanto dal cortile, dal venditore di frutta e verdura, anche lui originario del sud Italia, al vecchietto suonatore di fisarmonica che cantava i ritornelli delle canzoni di Sanremo, con le donne che gli buttavano le monete dalle finestre, all’arrotino/ombrellaio che riparava un po’ di tutto. Il cortile era un po’ una piazza, dove alla sera anche intere famiglie si raccoglievano sul muretto a scherzare e chiacchierare fino a tardi.
Sia alla Gambarina che in via Rivolta la maggior parte degli abitanti era meridionale, ma nessuno del mio paese. I miei parenti vivevano tutti per lo più nelle vecchie case del centro storico, in corso Roma, in via Rattazzi, in via Verona, in via Migliara, in via Schiavina.
La spesa “grossa” si faceva al mercato coperto in via San Lorenzo. Erano per lo più banchi di alimentari che mantenevano costi più bassi rispetto ai negozi, ed erano gestiti in parte da locali, ma molti da veneti. C’erano poi negozi di prossimità (panetteria, drogheria, latteria, commestibile, macelleria, fruttivendolo, tabaccaio) tra via Rivolta, via Palermo e corso Romita (allora circonvallazione Liguria). Molti negozi erano gestiti da meridionali o veneti.
Qualche volta la mamma andava al mercato di piazza della Libertà per acquisti di abbigliamento, ma con l’avvento della Standa in corso Roma, preferiva servirsi lì. I vestiti si compravano all’Upim, alla Standa, al mercato in piazza. Quando abitavo in via Mazzini andavo al nido ex OMNI perché mia mamma andava a lavorare, poi sono andata all’asilo delle Suore in via Savonarola (mi hanno accettata perché c’era anche mia sorella più grande), lei ha frequentato la 1° elementare al Bovio. Quando ci siamo trasferite in Pista siamo andate alla Galilei, io per 2 anni alla scuola materna comunale poi alle elementari.
Mio papà era muratore e lavorava per imprenditori locali, mia mamma faceva le pulizie da un dentista in corso Roma. Si sono sempre dati da fare da soli, hanno sempre lavorato. La Pista era il quartiere residenziale “bene” della città, quindi la maggior parte delle mie compagne di scuola era di estrazione sociale decisamente più benestante della mia. Per fortuna sono sempre stata tra le prime della classe quindi non ho risentito troppo delle emarginazioni che spesso i bambini delle case popolari subivano da parte di insegnanti e soprattutto famiglie poco sensibili.
Sia alla Gambarina che in via Rivolta giocavo spesso a casa, sul balcone con mia sorella. Solo verso i 10 anni ho cominciato ad andare in cortile perché ho stretto una intensa amicizia con Elia, che abitava nel palazzo di fronte, e che è ancora una mia carissima amica. Verso i 12 anni ho iniziato ad andare in piazza Mentana con le amiche, al tempo bel giardino frequentato da molti bambini e mamme.
Le domeniche si passavo per lo più a casa dagli zii, e quindi con i cugini che avevano la nostra età. Qualche volta d’estate si andava “a Bormida”, dove c’era un locale bar/trattoria e si faceva il bagno sulle rive sabbiose del fiume. C’era sempre molta gente, forse in prevalenza alessandrini.
Andavo a messa alla Madonna del Suffragio in corso 4 novembre.
Ho frequentato la parrocchia ma in età adolescenziale. Non c’erano persone del mio paese, la maggior parte erano ragazzi di Alessandria. E poi c’era Elia e suo fratello Pino siciliani. Sono andata solo una volta alla processione della Salve, l’anno in cui ho fatto la prima comunione, quindi quando avevo 7 anni. Ricordo che ero rimasta impressionata dallo spezzone di processione affollato dalle ospiti della Michel (chiamate dai più le Micheline), tutte in divisa e con molte disabili. Non avevo mai visto e frequentato bambine con handicap, perché allora frequentavano istituti separati (la scuola Bobbio oggi sede della biblioteca civica in piazza V. Veneto). Poi ricordo “i baracconi”, quando riempivano piazza Garibaldi sempre nel periodo di Pasqua, affollati di bambini e ragazzi provenienti da tutta la città, ma soprattutto dal Villaggio Profughi e dal Cristo. E infine ricordo le feste dell’Unità quando venivano organizzate all’interno del Villaggio comunale, di fronte alle case popolari di via Rivolta, con cucina, dibattiti e musica fino a tardi.
Andavo al cinema di rado, ricordo un cinema all’aperto in centro, credo verso la zona del San Rocco, e più spesso con i cugini al San Francesco in via S. Francesco. La scuola Galilei però era, in quegli anni, l’unica che proiettava mensilmente film per gli scolari, quindi ho visto tutti i film di Stallio e Ollio, di Joselito, e alcune volte persino i cartoni di Tom e Jerry. Le difficoltà maggiori per i miei genitori sono state trovare casa e lavoro, per me l’accettazione da parte dei coetanei.
I miei genitori si sono costruiti una buona reputazione di persone operose ed affidabili e non sono mai stati disoccupati, io me la sono cavata grazie ai miei risultati scolastici
Dagli alessandrini sono stata trattata in genere bene perché avevo un buon carattere ed ero molto disciplinata.
I rapporti di vicinato erano molto intensi soprattutto con alcuni nuclei. Ricordo che molte donne si aiutavano a vicenda in occasione di nascite (molti parti avvenivano in casa sempre con la stessa ostetrica, così come alcuni aborti, che solo crescendo ho compreso che venivano praticati da mammane, e con il sostegno delle altre donne). Ogni tanto però c’erano litigi eclatanti tra alcuni nuclei, sempre per motivi in genere futili.
Il rapporto con il padrone di casa: diciamo che l’ATC era abbastanza latitante rispetto ai diversi problemi degli alloggi e dei loro abitanti. Mio padre aveva ottimi rapporti con i suoi compagni di lavoro, che in parte erano i miei zii, in parte altri immigrati meridionali con gli stessi problemi e modi di pensare e vivere di mio padre.
Con i compagni di scuola avevo un rapporto molto riservato, ero amica soprattutto della mia compagna di banco, che ho frequentato qualche volta anche fuori dalla scuola. Con le altre solo rapporti molto formali. Non ho mai avuto dei problemi seri con gli alessandrini e mi sento inserita da sempre.
Gli immigrati di oggi vivono una condizione sicuramente più difficile e pesante degli immigrati di ieri, perché le disparità sociali ed economiche si sono molto più acuite, e si sommano pregiudizi razziali alla diffidenza congenita rispetto allo “straniero”.
La distanza culturale e spesso di stili di vita è ancora maggiore rispetto alle migrazioni di ieri, e il divario tra povertà e ricchezza abnorme. I migranti di oggi viaggiano in condizioni di estremo pericolo, hanno aspettative spesso falsate dai media e dai social, devono affrontare un divario culturale e sociale che spesso li sradica dalle loro origini.
La mia maestra delle elementari gestiva l’Armadio Benefico, che altro non era che una raccolta di indumenti usati donati dalle mamme degli scolari. Ricordo il mio disagio quando durante le ore di scuola, davanti a noi scolari, chiamavano bambini delle altre classi, chiaramente di origine meridionale e in condizioni di svantaggio economico e sociale, per consegnare scarpe, maglie e pigiami indicando il donatore, che magari era una mia compagna di classe, e pregando di ringraziare! Per fortuna a me non hanno mai dato niente, forse perché non ero iscritta al patronato scolastico, grazie al divieto assoluto che mia sorella aveva imposto a mia mamma, sapendo cosa avrebbe comportato in umiliazioni.