Io sono nata ad Alessandria in realtà, sono figlia di immigrati. I miei genitori si sono trasferiti ad Alessandria dalla Sardegna, dalla provincia di Nuoro nel 1963, avevano 28-30 anni. Mia sorella maggiore era già nata quando sono partiti e aveva pochi mesi.
Hanno lasciato la Sardegna principalmente per motivi di lavoro, il mio babbo pensava di garantire un futuro ai figli spostandosi. In Sardegna in quegli anni c’era il mito del Piemonte, probabilmente legato alla Fiat. Mio padre faceva l’agente di custodia e ha chiesto il trasferimento in Piemonte. Lui non avrebbe mai scelto Alessandria.
La casa in cui hanno abitato è stata in zona Orti, in Via Cristoforo Colombo e poi nel quartiere Galimberti, che nasceva in quegli anni, erano le case popolari della Gescal che nascevano in quegli anni. Nel corso di tutto questo tempo sono rimasti lì, la casa che li ha accolti all’inizio li ospita ancora, non si sono mai trasferiti.
Nell’appartamento in cui abitavamo c’eravamo solo noi, però il palazzo era di quattro piani e c’era tutto. C’erano persone che arrivavano dalle campagne dell’alessandrino e persone che arrivavano dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Basilicata. Io ho avuto la fortuna di crescere sia in un condominio che in un quartiere che era molto variegato.
L’appartamento era grande, perché allora erano più grandi le case, aveva tre camere da letto, una cucina, una sala, un bagno e uno sgabuzzino. C’era il riscaldamento, non era una casa di ringhiera, non era una casa vecchia, costruite con dei criteri per cui sono case ancora decenti ora.
C’era un piccolo giardino, c’era un cortile dietro il palazzo, c’era una strada che era ancora di terra, era via Salvemini, ma era uno sterrato davanti c’era una montagnola dove giocavamo, a fianco, dove adesso c’è una scuola elementare vicino alla serra, al giardino botanico, c’è un asilo, una materna e una scuola elementare; lì una volta c’era un boschetto dove andavamo a giocare, c’erano diversi spazi, c’era anche un campo da pallone della parrocchia, quindi avevamo tutto.
Ovviamente con tutto questo spazio, eravamo tutti in strada e in giro a giocare. I più grandi guardavano i bambini più piccoli, c’erano anche le feste in quegli anni, c’era la festa dell’Unità, c’erano le feste che fungevano da aggregazione, c’erano le mamme che organizzavano, c’erano i bambini, era una bella realtà!
Nel palazzo dove stavamo, c’era una famiglia sarda. Questa donna, che era di un altro paese (della Sardegna, NdA), era diventata amica con mia madre. La figlia grande, dell’età di mia sorella giocava insieme a lei.
Quando noi eravamo piccoli il negozio di alimentari più vicino era L’Aeo in Via Marengo, si andava fino lì a fare la spesa, poi c’era più tardi, forse quando io avevo 7-8 anni, avevano aperto un supermercato proprio nel mio quartiere, via Don Stornini, non ricordo come si chiamava, c’era un commerciante famoso che aveva aperto (il supermarcato, NdA) che in quegli anni nominavano per i supermercati. Frequentavamo anche il mercato, quello di Piazza della Libertà.
Per i vestiti, invece, non li compravamo, ma li faceva mia mamma.
Essendo nata qui, ho frequentato le scuole qui: alle elementari andavo al distaccamento della scuola Bovio che era nel quartiere, nei primi anni, dove adesso c’è il centro sociale per anziani, dove ci sono i prefabbricati azzurri, e poi siccome erano tanti bambini ed erano prefabbricati dove entrava la pioggia, dove il riscaldamento spesso non funzionava, gli anni successivi li ho fatti praticamente in dei locali dei negozi della piazzetta antistante.
Fortunatamente, appena arrivati mio padre ha trovato lavoro, mentre mia madre non ha mai lavorato, cioè si, ha lavorato poi quando noi eravamo un po’ più grandi.
(Mamma, NdA) Dava lezioni, aiutava delle persone, però non in regola. Papà era agente di custodia e non ha avuto problemi nella ricerca del lavoro, perchè con il trasferimento aveva già la collocazione.
Le domeniche mio padre fino ad una certa età, come agente di custodia, non aveva giorno di riposo, quindi se staccava dalla notte ci portava in campagna, ci portava in spazi aperti, altrimenti era sempre lì (nel quartiere, NdA) con quelli che rimanevano, che non andavano in giro, c’era comunque del movimento, era comunque un giorno di festa. Sempre la domenica mia madre andava a messa, è credente. Frequentava la parrocchia che c’è nel quartiere: il Sacro Cuore, forse. Non ricordo come si chiama. Noi già da bambini non condividevamo (lo spirito religioso, NdA), andavamo solo quando c’era la novena di Natale a respirare l’incenso, quella era una cosa che ci piaceva!
Come dicevo prima, l’atmosfera nel quartiere era molto bella. Mi ricordo, in particolare, la festa dell’Unità, perché c’erano diverse persone, magari donne un po’ più grandi di mia sorella, donne sui 20-30 anni che organizzavano, che coinvolgevano i bambini, coinvolgevano le mamme, c’era l’espressione artistica, c’era l’aggregazione.
In alcuni periodi coincideva anche il fatto che arrivassero i baracconi che consistevano nell’autoscontro e nel calcinculo. C’era un bel clima di festa!
Ci piaceva anche andare al cinema, c’era in particolare il Cinema San Francesco, quando eravamo piccoli, la domenica. Poi c’era il Cinema Ambra, quando si poteva ci portavano.
Pur essendo in un quartiere molto vivace e coinvolgente, bisogna riconoscere che ci sono state alcune difficoltà.Quando si emigra c’è sempre una sofferenza fortissima, mia madre non aveva molti strumenti però aveva un legame fortissimo con la famiglia, cioè nel paese dei miei, la famiglia consisteva nel vicinato in particolare, dove le persone lavoravano, si aiutavano. Era una questione ancora di più di donne, di sorellanza; credo che mia madre abbia sofferto molto questa mancanza e che non l’abbia mai potuta compensare.
Mio padre è un uomo un po’ più semplice, si è adattato, per lui l’importante era creare una vita ai suoi figli dove c’era qualche possibilità di lavoro in più, allora la vedevano così.
Lo sradicamento è stato complesso. Poi, chiaramente, si sono creati delle amicizie, però quel senso di appartenenza alla propria cultura, anche alla lingua credo che non l’abbiano mai compensata; le dico solo che mia madre ha sempre e soltanto sognato il suo paese,sempre collocata lì tutt’ora, non si è mai sognata in Alessandria, pur avendo vissuto quasi tutta la vita qui in città.
E’ un po’ difficile perché quando c’è una differenza culturale, io ho sempre sentito mia madre non a proprio agio né qui né lì (Né in Alessandria né in Sardegna, NdA) perché sotto un certo punto di vista culturale si è evoluta e quindi non capiva più le persone nel suo paese, allo stesso tempo qui non si è mai sentita a casa.
Ogni volta che una persona decide di lasciare il proprio paese deve fare i conti con queste cose.
Anche se a noi oggi può far ridere, lo spostamento da una regione all’altra, all’epoca era diverso; la Sardegna poi è un’isola un po’ particolare.
Loro non lo hanno mai manifestato, tendono a non farlo, neanche adesso quando ne parliamo, io me lo ricordo perché ero piccola ho sempre sentito un disagio, fino ad una certa età, ho sempre sentito un disagio. Gli alessandrini, almeno quando ero piccola io, erano un po’ falsi, e parlavano in piemontese deridendoci un pochettino pensando di non essere capiti da noi, quindi io mi sono trovata sempre con poco amore per il dialetto alessandrino.
Anche se, ci tengo a specificare, il fatto di essere in un quartiere così popolare, così pieno di altre provenienze compensava un po’ tutto questo. Ad esempio, io ho un ricordo bellissimo dei vicini di casa, siccome mi sentivo sempre un pochettino a disagio, ho il ricordo del gelataio, il signore col carretto, che invece trattava tutti i bambini con molta tenerezza, quando poteva mi regalava di nascosto un ghiacciolo, e ho un ricordo, appunto, di accoglienza forte da parte di alcune persone. Invece, non abbiamo mai avuto un rapporto con il padrone di casa, perché l’appartamento in cui stavamo era della Gescal. I miei poi l’hanno riscattato.
Il rapporto tra i colleghi e mio padre era buono, direi. Anche lì chissà cosa non c’era, cioè c’era una percentuale di sardi altissima (Perché in Sardegna c’erano colonie penali, c’erano carceri importanti) ma anche altri immigrati.
L’inserimento nella città non è, comunque, stato molto semplice. Forse è un po’ migliorato nell’adolescenza. Il nostro quartiere, oltre ad essere popolare e vivace, era anche un quartiere molto difficile, ricordo che quelli che vivevano dall’altra parte dello spalto non venivano fin da noi, noi standoci dentro, certe cose, ricordo che capivo già che i ragazzi che mi facevano paura erano un po’ bisognosi; e poi vivendoci dentro tanta paura non c’era. Ho anche sentito sempre una sorta di rispetto, non mi sentivo in pericolo.
Con l’adolescenza confrontandomi con altre cose mi sono sentita più inserita ancora
Per quel che riguarda le migrazioni di oggi, secondo me ci sono tante caratteristiche in comune, rispetto a quelle del passato. A seconda del paese da dove vengono se c’è più differenza culturale, è tutto un po’ più difficile. Le differenze sono poche.
Noi siamo in un periodo storico in cui c’è più decadimento dal punto di vista dei valori quindi forse siamo più razzisti adesso, abbiamo più pregiudizi, siamo più piccoli rispetto ad allora. Non vorrei essere un immigrato in questo momento in Italia.
Vorrei ancora aggiungere che, sicuramente, son legata all’immagine del muretto del condominio dove ci si ritrovava tutte le sere a chiacchierare, dove c’era una vitalità che io non ho più visto, perché in generale è cambiato il nostro modo di vivere, l’organizzazione delle giornata, l’organizzazione dell’educazione dei bambini, l’impegno e le attività organizzate per i bambini; noi vivevamo in strada praticamente quindi c’è una formazione anche umana e una possibilità di confrontarsi con gli altri e di crescere molto bella rispetto a com’è adesso. Se potessi regalerei a tutti i bambini l’infanzia che ho avuto io da quel punto di vista.