Vengo dalla Sicilia, dalla zona di Messina. Sono arrivata nella primavera del ’54. Avevo 4 anni. Sono stata portata qui dai miei genitori. Mio padre non era propriamente un emigrato. Mio padre è stato mandato in Alessandria a seguito di un procedimento disciplinare, è stato mandato qui in città come forma di punizione. Lui lavorava al ministero del lavoro, era un dipendente, ma era anche un sindacalista. Si sentiva così tanto sindacalista che ha voluto anche che fosse scritto sulla tomba. In ogni caso, lui era un sindacalista della CISL, che fu creata al tempo, nel ’51, e fu eletto segretario della CISL di Messina. Al tempo, però, c’era incompatibilità tra l’attività sindacale e l’essere dipende del ministero del lavoro. Quindi partì un provvedimento disciplinare. Lui inizialmente lavorava a Messina, poi fu trasferito ad Enna ed infine ad Alessandria. Questo fu il dramma della mia famiglia. Io mi ricordo la sofferenza del trasferirsi e, secondo me, io e mia mamma siamo state quelle a soffrire di più. Papà era sindacalista, mamma casalinga. Avevo tre fratelli: Vito, Nuccio e infine io. Abbiamo 3 anni di differenza l’uno dall’altro. Quando ci siamo spostati al nord, io sono venuta con mamma e papà mentre i miei fratelli sono rimasti in Sicilia, preso degli amici, perché era marzo, circa, e dovevano ancora finire la scuola. Questi amici li hanno tenuti a casa e li hanno trattati come figli. Questi amici sono poi rimasti amici per la vita. Una volta finita la scuola, ci hanno raggiunto anche i miei due fratelli.
Una volta arrivati non trovammo casa, quindi siamo rimasti per qualche mese in una pensione in Via San Pio Quinto. Faceva freddissimo ed era orribile.Rimanemmo qui per mesi senza trovare casa, anche perché eravamo tre bambini e in più una famiglia meridionale. Alla fine tramite Azione Cattolica trovammo una casa in Via Montegrappa, a caro prezzo. Mio padre spendeva la metà dello stipendio per pagare l’affitto della casa. Io, che ero picco, ricordo la cifra. Infatti, dopo un po’, mia madre fu costretta ad andare a lavorare. Cosa difficile per lei, quasi traumatica. Andò a lavorare alla Borsalino e lavorò 10 anni, non appena le cose migliorarono si licenziò. Mia madre soffrì tantissimo, forse più di mio padre. Tutto sommato la casa era grande, aveva anche 4 stanze. Io ricordo che dormivo in cucina, tiravo giù il letto e quella era la mia camera. Ma quello che ricordo, davvero limpidamente, è che la casa era sempre piena di gente.
Prima sono venuti i fratelli di mia mamma, poi è venuta la fidanzata. Poi sono venuti i paesani, che andando a Torino, passavano da noi e noi davamo ospitalità. Io ero sempre costretta a dormire nel mio angolino. Questa casa comunque era sempre affollata. Io credo di essere entrata in una casa piemontese molto avanti nel tempo. Mi ricordo ancora cosa ho mangiato in questa casa piemontese ed era un qualcosa che noi non consumavamo mai. Ho mangiato una minestra di zucca e il fegato alla veneziana. Piano piano mio padre si inserì, ma non solo, divenne una figura di riferimento nella politica cittadina. Era uno che affrontava i piemontesi dicendo “Quando noi eravamo Magna Grecia, voi stavate sulle palafitte”. Mia mamma invece non era così e forse soffrì anche per questo. Io, ad esempio, ero più simile a mia mamma. Ad esempio, alla scuola materna, che ho atto in via Tortona, io non parlavo. Ero muta e non so per quanto tempo lo sono stata. Non parlavo perché sentivo che parlavo in modo diverso. Ho iniziato a parlare solo quando ho perso l’accento. In casa, ad esempio, parlavamo dialetto.
Ho frequentato la materna, poi le elementari alla De Amicis, perché dopo 4 anni, nel ’58, abbiamo avuto la casa popolare in via Testore. Abbiamo fatto il trasloco con un carretto di un siciliano che vendeva la frutta al mercato. Poi ho fatto le medie al Vochieri e poi ho fatto il Liceo Classico. Dopo il liceo mi sono iscritta all’università, sono arrivata quasi alla fine di scienze politiche, ma ho interrotto. Ho poi deciso di ri-iscrivermi dopo anni a Giurisprudenza e mi sono laureata, lavoravo già e avevo le figlie. Mio marito mi ha molto sostenuta.
Mia madre mi mandava dal verduraio sotto casa a prendere “i segali” che sono le erbette e ricordo che il verduraio non le aveva, ma non perché non le tenesse in negozio, ma perché non sapeva cosa stessi chiedendo. Eravamo molto siciliani, nonostante le difficoltà legate al luogo, io ricordo ad esempio che qui non c’erano i broccoletti. Chiaramente non eravamo impermeabili alla cultura del luogo, ma non frequentando persone piemontesi era difficile assimilare le usanze. Ricordo anche molto bene quando arriva il pacco che ci mandava mia nonno, che cuciva addirittura una tela. Noi prendevamo questi pacchi in stazione ad Alessandria. Questi pacchi erano una festa. Una volta a pasqua arrivò il pacco con le solite cose e in testa c’era una ramo di zagara (i fior del limone e dell’arancio). Pacco che arrivò dopo circa due giorni di viaggio e nonostante ciò c’era un profumo buonissimo. A pasqua ci mandava un pane fatto a ciambellone con le uova dentro.
I miei genitori hanno sempre mantenuto un forte legame con la Sicilia. Noi siamo tornati in Sicilia, per la prima volta, nel ’58. È stato un ritorno emozionante, mia mamma ci fece fare i vestiti dalla sarta in occasione del ritorno. Siamo ovviamente andati con il treno del sole. Per un po’ di tempo hanno pensato anche di tornare ad abitare in Sicilia, ma poi si sono ambientati e il lavoro di mio padre andava bene, quindi non è mai stato preso in considerazione sul serio. Dopo il ’58 poi forse sono passi altri due anni prima che tornassi di nuovo. Ho il ricordo di viaggi molto stancanti. Poi più avanti, nella metà degli anni ’60, andavamo tutti gli anni. Ricordo poi che nel ’61 scendemmo solo noi tre fratelli, da soli. Per me fu un anno particolare, perché la realtà siciliana era diversa. Al paese forse c’era una sola automobile,. Io andavo dalla maestra di ricamo e stavamo nei vicoli, ognuno arriva con la propria sediolina, e passavamo le giornate a ricamare, chiacchierare e mangiare insalate di limoni. Oltretutto io sapevo che, tornata al nord, io sarei andata alle medie, mentre le mie amiche del paese no. Alcune di loro sono partire, le altre invece non avrebbero studiato.
Arrivare in Sicilia era un viaggio estenuante. Ricordo che mia mamma lavorava e alcune volte lavorava fino al sabato e poi la sera stessa di sabato c’era il treno. Mia mamma era stremata, anche perché preparava il viaggio. In alcuni anni non si riusciva nemmeno a prenotare e abbiamo fatto dei viaggi in piedi o seduti sulle valige. Erano circa 22/23 ore di viaggio. Quando si arriva in Calabria, che era infinita da attraversare, quando si vedeva la prima punta della Sicilia, Punta Faro, tutto il treno era in piedi a guardare la terra. Era faticoso anche raggiungere la Sicilia, perché il treno entra a pezzi, lascia due vagoni, e ne va a prendere altri. Infila quindi tutte le carrozze nel Ferribot, ma era una manovra lunghissima. La cosa più impressionante era la luce.
Quando io ho finito di lavorare, ho insegnato italiano ai migranti e credo di averlo fatto proprio perché era una cosa che io avevo sentito. Io non ero capita e ho deciso di insegnare proprio perché mi identificavo. Ho anche potuto notare che i migranti attuali sono molto orgogliosi delle proprie origini. Io ricordo che le persone mi dicevano “non sembri siciliana” quando ero più piccola non mi dava fastidio, ma da più grande ha iniziato a darmi fastidio. Ricordo che anni dopo un mio professore di filosofia fece una battuta molto becera sui meridionali e io reagii come non avevo fatto mai. Lui ci rimase male, cercò di dissimulare, ma comunque la battuta era fatta.