“…Prima di entrare alla Michelin, io ero andato a lavorare a 14 anni e facevo l’argentiere, perché Alessandria era piena.”
“…Io ho provato cosa vuol dire essere immigrato e provo a dare tutto quello che posso e aiutare. A parte qualcuno che è maleducato o che fa del male, ma a loro non voglio pensare. Io li capisco e sono solidale con loro, non puoi essere arrabbiato.”
Da quale paese proviene?
Io vengo dall’Istria, da Parenzo. A 100 km da Trieste.
Quando è arrivato in Alessandria?
Sono arrivato nel ’58.
Quanti anni aveva quando è arrivato?
Avevo 8 anni.
È venuto da solo o con la sua famiglia?
Sono venuto con mia madre, mio padre e mio fratello.
Per quale motivo è venuto via dal suo Paese?
Inizialmente è venuto via mio nonno, il papà di mio papà e allora mio padre voleva ricongiungersi con lui. Aveva un po’ di paura e siamo venuti via. Abbiamo dovuto fare due volte le richieste perché una volta chi era italiano poteva scegliere la cittadinanza, quindi di rimanere italiano. Mio padre, che veniva dalla Iugoslavia, non sapeva parlare croato, perchè era un problema. Parlava solo italiano, veneto/friulano. Abbiamo dovuto fare due volte la richiesta, perché lui era il panettiere della città, l’unico e non volevano che lasciasse il posto, per questo è stato respinto la prima volta.
Come mai avete scelto proprio Alessandria?
Non abbiamo scelto noi. Se avessi saputo che Alessandria era così non sarei venuto (grandi risate). Io ho lasciato una città, Parenzo, che è una divinità. Io non sono arrivato direttamente qua. Il mio percorso è stato: Parenzo-Udine, Udine- campo profughi a Udine, dove mia mamma piangeva, perché siamo stati messi in camere puzzolenti. Da Udine ci hanno portati a Tortona, alla Caserma Passa l’Acqua, dopo la caserma nel ’68 hanno fatto le case al Villaggio, al Cristo. Purtroppo in queste case abbiamo avuto problemi, perché erano vuote. Non c’era da dormire, non c’era la cucina. Ogni famiglia si è poi comprata tutte queste cose necessarie. Io e mio fratello siamo stati mandati in collegio per qualche anno, mentre i nostri genitori lavoravano e compravano i pezzi necessari per la casa.
Quando è arrivato in Alessandria in che zona ha abitato?
Ho abitato direttamente al cristo, al Villaggio. Eravamo 360 famiglie che venivamo dalla Iugoslavia, c’erano anche dei greci. Devo dire che c’era un’educazione fenomenale. Tutte le persone molto educate che prestavano attenzione alla pulizia.
Si ricorda la via e il numero civico della casa?
Via Martiri della Benedicta, 19.
Ha abitato in altre zone della città?
Ho cambiato due zone, perché mio padre voleva venire via dal villaggio. C’era anche un po’ di vergogna. Diventava un ghetto. Invece di distribuirci nella città, ci hanno messi tutti quanti lì. È stato un errore, perché abbiamo anche fatto fatica ad inserirci, nessuno ci aveva mai visti. Dicevano “Ci sono gli schiavoni”. Noi quando siamo arrivati, non parlavamo bene italiano. E non siamo mai riusciti a dire bene le doppie, io fatico ancora oggi. Questa cosa ci è rimasta. Mia madre era analfabeta, non ha potuto né seguirci, né insegnarci. Io la prima scuola l’ho fatta a Tortona alla Caserma e le altre le ho fatte alla Zanzi, al Cristo. Non eravamo nemmeno seguiti dalle maestre, perché eravamo troppo vivaci. Però, a scuola ci davano tutto quanto gratis. C’era il patronato e ci davano anche il mangiare e questo ci ha aiutato molto. Il fatto che i genitori non dovessero darci da mangiare, ha aiutato la famiglia. Tornando alle zone, ho abitato agli Orti e poi sul cavalcavia e poi siamo di nuovo ritornati al Villaggio.
Vivevate soli o con altri?
Nella casa in cui siamo arrivati c’eravamo solo noi.
Ci può descrivere la casa in cui viveva?
C’erano tre camere: una era occupata da me e mio fratello, l’altra dai miei genitori e l’altra ancora serviva per mangiare, era una specie di sala con il cucinino.
Come vi scaldavate?
Ci scaldavamo con la stufa a legna.
Avevate un cortile?
No, fuori eravamo liberi. Queste case fuori hanno un po’ di giardino, di tutti, e li ci si incontrava con i bambini e si giocava. Erano case fatte a lotti e i lotti erano sei. I bambini stavano nel proprio lotto.
In che negozi facevate la spesa, erano gestiti da alessandrini o da immigrati?
Al Villaggio c’erano delle persone, profughe anche loro, e gestivano il loro negozio e compravamo lì. Anche perché, mi ricordo, circa nel ‘68/’70 ci portavano dei buoni spendibili in questo negozio per comprare da mangiare. Erano i buoni dell’ECA.
Dove compravate i vestiti?
Usavamo i vestiti di altre persone, che non usavano più. Ad esempio, mia mamma faceva le pulizie per una signora che le dava delle maglie o dei maglioni che mettevamo noi. Non ricordo, fino ai 12 anni, di aver avuto qualcosa di nuovo.
In quale scuola andava?
Sono andato alla Zanzi. Ho fatto fino alla quinta elementare qui alla Zanzi.
È riuscito subito a trovare lavoro?
Si, perché eravamo agevolati. Avevamo la qualifica di “profugo”, allora le ditte dovevano assumere un determinato numero di profughi. In quel momento è arrivata la Michelin e io sono entrato a lavorare proprio lì. Prima di entrare alla Michelin, io ero andato a lavorare a 14 anni e facevo l’argentiere, perché Alessandria era piena. Fino a che ho fatto il militare, ho lavorato dall’artigiano a fare l’argentiere. Devo dire che è l’unica cosa che ho imparato, il mestiere. Quando sono entrato alla Michelin prendevo dei gran soldi, ma non imparavo niente. Rimanevi declassato. Si trattava solo di schiacciare due bottoni.
Ha avuto problemi o difficoltà a scuola o a lavoro?
A scuola sì. Ci sembrava di essere un po’ emarginati. Mentre sul lavoro no.
Dove giocavate da bambini?
Giocavamo all’oratorio. Andavamo tutti, solo però se la domenica andavi a messa, perché se no dovevi stare fuori dall’oratorio.
Andavate a messa?
Sì, noi siamo sempre andati e i miei genitori mi hanno insegnato ad andare a messa.
In quale chiesa andavate?
Nella chiesa di San Giuseppe Artigiano.
C’erano altre persone istriane in parrocchia?
Sì, eravamo tutti quanti lì.
Si ricorda di feste del quartiere o della città?
No, qui non ne ricordo. Ne ricordo molte di più in Iugoslavia
Andavate al cinema?
No, quasi mai. Non c’erano i soldi. Ma quando andavamo, si andava al cinema Cristallo, al Cristo.
Quali sono state le difficoltà più grandi che ha dovuto affrontare nella sua esperienza migratoria?
Sicuramente il linguaggio, parlare. Non riuscivamo a comunicare. Il fatto di essere emarginati. Mi ricordo quando in quegli anni è arrivata la Standa, noi andavamo a vedere. Non appena ci vedevano ci mandavano fuori, dicendo che eravamo dei ladri. Le usanze, il cibo era molto diverso ed era difficile trovare. Non riuscivamo a stare con gli alessandrini, non ci volevano. Dicevano che siamo venuti qui a rubare le case e il lavoro.
È riuscito a risolvere questi problemi?
Sì, oggi non ci sono più questi problemi. Anche perché con l’affluenza di stranieri che c’è da altre parti, noi siamo diventati coloro che danno solidarietà.
Quali sono le maggiori differenza con la sua vita precedente?
Io ancora oggi rimpiango da dove sono venuto. Noi ogni anni andiamo giù. E ogni anno trovo sempre meno amici, ma comunque andiamo perché ci sono i parenti di mia mamma che sono rimasti a Parenzo.
Come è stato trattato dagli alessandrini?
All’inizio siamo stati trattati male, non ci aiutavano. Gli unici aiuti venivano dalle famiglie per cui i miei lavoravano. Eravamo anche mal visti da parte del comune, che diceva che eravamo fascisti, mentre il comune qua era di sinistra, socialista. Avevano paura che queste 360 famiglie cambiassero la situazione. Al villaggio venivano tutti gli esponente dei partiti per potersi prendere i voti e non era bello.
Com’era il rapporto con i vicini da casa?
Era splendido, tra di noi andavamo d’accordo e non si bisticciava mai. Ricordo che avevamo fuori i fusti del petrolio e non trovavi ma nulla fuori posti. Il rispetto era massimo.
Com’era il rapporto con il padrone di casa?
Non c’era un padrone di casa. Pagavamo l’affitto, molto poco, ma poi queste case sono state date ai profughi.
Com’era il rapporto con i colleghi e con i compagni di scuola?
È stato normale, diciamo. Io a 20 anni sono andato a lavorare alla Michelin ed eravamo più di duemila. Qui ho iniziato a fare il sindacalista e si parlava. C’era massimo rispetto. Mentre con i compagni ci scuola non c’è stato un legame.
Ha mai avuto problemi con qualcuno appena arrivato in città?
No, mai avuti.
Ha avuto problemi con le autorità?
No, mai avuti. Nemmeno all’inizio.
Quando ha iniziato a sentirsi inserito in città?
Quando ho iniziato a lavorare alla Michelin, a vent’anni.
Cosa pensa degli immigrati di oggi?
Io ho provato cosa vuol dire essere immigrato e provo a dare tutto quello che posso e aiutare. A parte qualcuno che è maleducato o che fa del male, ma a loro non voglio pensare. Io li capisco e sono solidale con loro, non puoi essere arrabbiato.
Ci sono differenza tra gli immigrati del passato e quelli di oggi?
Sì, noi eravamo più inseriti nella società globale. Eravamo più educati. Oggi questa cosa non c’è. Trovo che abbiano maniere un po’ rozze.