Sono Sergio Zilovich, ho 65 anni, sono di origini istriane; sono arrivato in Alessandria nel 1959, però non sono arrivato subito ad Alessandria, i primi tre anni li ho passati nel campo profughi di Tortona. Quando sono arrivato in Alessandria avevo poco più di tre anni e il primo impatto non è stato proprio piacevole; a quell’età ero abituato ad avere dei compagni o comunque gente che conoscevo e la mia casa oramai era il campo profughi di Tortona.
Sono arrivato qui con la famiglia: mamma, papà e tre sorelle, la quarta è nata quando eravamo già a Tortona.
Siamo arrivati al Villaggio profughi situato in fondo al quartiere Cristo, allora il Villaggio era come un paesino in mezzo ad un campo e la città la vedevamo in lontananza, la zona era però servita dal filobus.
Ho un vago ricordo del viaggio da Tortona ad Alessandria, mi sembrava di essere su un camion con tutti i mobili sopra.
La mia famiglia è andata via dall’Istria per emigrare inizialmente in Australia, l’Italia doveva essere un trampolino di lancio per andare in Australia, il problema era che mia madre quando siamo arrivati qui era incinta di 8 mesi, i viaggi per l’Australia all’epoca si facevano in nave e duravano un mese e mezzo circa per cui lei non se la sentì di intraprendere un viaggio del genere.
Inoltre per andare in Australia serviva anche una sorta di visto concesso da qualcuno già su suolo australiano, questo visto tardava ad arrivare e i miei genitori avevano iniziato a stabilirsi qui, mio padre aveva trovato lavoro alla Pasino, faceva il saldatore e mia madre faceva la sarta, cuciva praticamente per tutto il villaggio e anche per molte signore di Alessandria.
Noi non abbiamo scelto di venire in Alessandria, ci hanno mandato; ricordo infatti che mia mamma diceva “Pensavo di andare al mare” avendo entrambi i miei genitori vissuto sempre sulle coste istriane. Immagino che quando gli hanno detto Alessandria quello che gli possa essere piaciuto tutto al più è il nome!
Diciamo che alla fine ci siamo stabiliti qui, con tutte le gioie, i dolori e le difficoltà del caso.
Al villaggio profughi c’era una comunità variegata: istriani, dalmati, quelli che noi chiamavamo tunisini che in realtà proveniva dalle ex colonie italiane (Libia, Etiopia), greci, rumeni.
Di istriani ce n’erano tanti, e ci si conosceva un po’ tutti essendo delle stesse zone dell’Istria.
La mia famiglia in Istria stava bene economicamente, avevano case e terreni, mio padre però aveva insistito per andare dai suoi parenti in Australia dicendo che saremmo stati meglio; alla fine siamo rimasti in Italia a fare la fame, almeno per un periodo.
Quando siamo arrivati in Alessandria, fortunatamente, avevamo un appartamento tutto nostro (a Tortona eravamo in una specie di casermona con le coperte che facevano da pareti).
L’appartamento era nuovo però poco curate, i rubinetti perdevano, i camini avevano infiltrazioni, le cantine erano sempre allagate, i terreni intorno era tutta terra battuta.
Al di là del primo impatto comunque la vita nel villaggio, per noi bambini, trascorreva felice; io ho dei bei ricordi, quelli forse sono stati gli anni più belli e divertenti della mia vita.
Non si avevano molti contatti con le persone che vivevano intorno al villaggio, la maggior parte erano contadini che stavano sempre tra loro.
Intorno al villaggio c’erano poi un paio di fornaci che facevano i mattoni e poi solo distese di campi di grano, di barbabietole, di mais.
Ricordo che i campi erano divisi da file di gelsi.
Con i bambini delle Casermette non c’era un buon rapporto. La cosa che mi sembrava strana è che ricordo che pensavo che la gente delle Casermette era italiana eppure stava peggio di noi, questa cosa mi lasciava perplesso.
Comunque noi non andavamo alle Casermette, l’unica volta che siamo andati a giocare lì ricordo che ci siamo presi pure delle botte, senza capire perché!
Fino circa al 1966 non ce la passavamo bene, erano anni duri, gli uomini lavoravano e non lavoravano; inoltre la maggior parte di loro erano ex militari e all’epoca per mandarli a combattere i comandanti li facevano ubriacare per cui anche ritornati dalla guerra continuavano a bere. Mio padre era uno che beveva, come un po’ tutti gli uomini del Villaggio, per noi bambini era fin normale; diciamo che i nostri padri i pochi soldi se li bevevano per cui le madri dovevano arrangiarsi e sopperire in qualche modo, abbiamo fatto la fame ed è stata una cosa molto dura da sopportare.
Però nell’insieme del Villaggio ci si dava una mano quando si poteva.
La spesa solitamente si faceva in una bottega che avevano aperto proprio lì al Villaggio, era di una signora istriana. Ogni tanto si andava al mercato.
In casa ci riscaldavamo con una stufa a legna, c’era un signore che io chiamavo “Il Legnaio” che stava in via Maggioli che ci portava la legna al Villaggio.
Ricordo che una tradizione radicata era fare il Pandolce che noi chiamavamo Pinze (delle specie di bomboloni), mia mamma preparava queste pagnotte e poi si caricava l’asse per l’impasto con tutte queste pagnotte sulla testa e si andava al forno a farle cuocere, io la accompagnavo, era faticoso ma io ero sempre felice perché dopo mi aspettava il dolce!
Nei cortili del Villaggio spesso arrivavano gli ambulanti, c’era l’Ombrellaio, l’Arrotino, lo Straccivendolo, il Gelataio (Cadorina).
La scuola è stato forse il capitolo più tragico della mia giovinezza; lì c’era una vera e propria discriminazione razziale, tutti i bambini che venivano dal Villaggio avevano subito maltrattamenti da parte delle maestre.
Nella mia classe eravamo una decina, c’erano anche bambini del Cristo e si vedeva la differenza tra noi e loro, i nostri grembiulini erano più sciupati, spesso i genitori di chi veniva dal villaggio non parlavano bene o non parlavano affatto l’italiano per cui avevamo delle difficoltà nel leggere e scrivere in italiano.
Ricordo un episodio che mi aveva un po’ traumatizzato, da quel momento io avevo paura ad andare a scuola, dovevamo fare un temino, era qualcosa tipo “Scrivete cosa avete a casa”, ricordo che io avevo scritto che per scaldarci a casa mio papà accendeva lo “Spaker” che per noi era la stufa, che per mangiare usavamo il “Cuciar” e il “Piron”, il cucchiaio e la forchetta, e per appendere gli abiti non avevo scritto l’appendiabiti ma il “Picarin”; per noi era normale, erano termini di uso comune ma non erano in italiano ovviamente. Non l’avessi mai fatto, bacchettate, sberle sulla testa, tirate di orecchie e quant’altro.
Un altro episodio che ricordo è che in seconda elementare c’era l’esame, ero andato il primo giorno, il secondo giorno io ed altri del Villaggio eravamo arrivati con qualche minuto di ritardo e la bidella ci aveva detto che non c’era l’esame e che le maestre non c’erano, in realtà l’esame c’era ma noi siamo stati rimandati a casa senza saperlo.
Ovviamente siamo poi stati bocciati, alche ci hanno mandato alla scuola delle Casermette (prima eravamo alla Zanzi), che è stata tutta un’altra storia.
Lì il maestro si era chiesto come fosse possibile che ci avessero bocciato visto che sapevamo leggere, scrivere, fare le cose, eravamo sempre tutti composti ed inquadrati.
Alla Domenica si andava tutti all’oratorio, al San Giuseppe; era il luogo di incontro, c’era il campo da pallone, c’erano i Salesiani, allora c’erano anche gli scout e chi poteva andare negli scout andava , chi non se lo poteva permettere aveva creato una sorta di scoutismo parallelo, non avevi divisa o obblighi particolari ma partecipavi a giochi simili a quelli che facevano gli scout.
Alla Domenica mattina andavo a messa, da solo. Mio papà non andava in chiesa se non per funerali o matrimoni, per mia mamma la domenica non era un giorno di festa, se aveva da lavorare era un giorno come un altro.
Io andavo spesso a fare il chierichetto, allora la messa era in latino, io la sapevo tutta a memoria anche se non avevo idea di quello che stavo dicendo.
Allora tra l’altro c’erano tanti matrimoni, e fare il chierichetto significava guadagnarsi qualche spicciolo, i confetti o le caramelle e cosine così.
Alle giostre andavamo in piazza Garibaldi, ricordo che mio papà mi caricava in bicicletta e mi portava, ogni tanto facevamo qualche giostra perché ovviamente costavano, ricordo però che mi comprava sempre lo zucchero filato.
Al cinema si andava a quello parrocchiale dei Salesiani, facevano tutte le domeniche pomeriggio una proiezione, facevano entrare un po’ tutti anche chi non poteva pagare.
I Salesiani risolvevano un sacco di problemi per chi aveva difficoltà economiche, ricordavo che ci passavano anche i vestiti.
Anche il Patronato scolastico ci aiutava passandoci il sussidiario, i quaderni.
Nel periodo di Natale, il giorno della Befana veniva un camion al Villaggio con dei sacchi per ogni famiglia c’erano diverse cose dentro, generi alimentari principalmente e si trovavano dentro anche i quaderni per la scuola.
Mio padre ha trovato subito lavoro alla Pasino in via Piave, all’inizio andava a piedi poi quando la Pasino è stata spostata a Solero tutte le mattine partiva e andava in bicicletta.
Coi vicini di casa si avevano in linea di massima buoni rapporti, ci si aiutava, non è mai capitato ci fossero litigi, ci si rispettava reciprocamente.
In vacanza con la famiglia non si andava, andavamo con la scuola in colonia in montagna.
Il primo giorno era sempre tragico poi però mi adattavo e alla fine mi divertivo.
Quando le mie sorelle sono state chiamate a lavorare come infermiere all’ospedale Civile, ricordo che avevo pensato “Finalmente ci trattano al loro pari”, era stato un motivo di grande soddisfazione.
Mia mamma diceva “E’ vero che arriviamo dall’altra parte del confine, ma pur sempre da una terra che era Italia” eppure siamo sempre stati trattati come profughi.
Alle scuole medie sono poi andato in collegio, ci ero anche andato volentieri nonostante avessero deciso i miei di mandarmici, non avevo bene idea di quale fosse la vita in collegio, allora c’era Gian Burrasca alla televisione, e quell’idea di collegio mi piaceva, ho poi scoperto che non rispecchiava la realtà. Gli insegnanti erano molto severi e non sempre si riusciva a sostenere il ritmo incalzante del collegio. Diciamo però che i benefici a lungo termine ci sono stati.
Sono poi andato a fare le magistrali,mia mamma mi aveva detto di andare lì così avrei imparato a fare il maestro. Lì ho ripensato al mio periodo alle elementari e mi dicevo che se avessi fatto il maestro non sarei mai stato come le maestre che ci avevano discriminato, sarei potuto essere come quel bravo maestro che ci aveva accolto e ci aveva insegnato tante cose.
Ragazze e ragazzi al villaggio avevano due gruppi distinti che si integravano tra loro solo quando si giocava a certi giochi come nascondino o ce l’hai.
In città si andava in bicicletta, quando ero più piccolino si andava spesso in gruppo, prima dei tredici o quattordici anni comunque non si andava in città; ricordo solo una volta prima di allora che siamo andati in bici con i salesiani fino al campo scuola, io ero rimasto solo nello spogliatoi, gli altri erano già pronti e son partiti, quando sono uscito non c’era più nessuno, da là ad arrivare al Villaggio era un bel tragitto, io avrò avuto forse dieci anni, e ricordo che ero nel panico, ho cercato i punti di riferimento, pedalavo come un matto, non so nemmeno che strade ho fatto per arrivare a casa e alla fine quando sono finalmente arrivato mi sembrava di aver raggiunto la salvezza! Mi dicevo che non l’avrei mai più fatto e che se fossi uscito l’avrei fatto solo con i miei compagni.
D’Estate andavamo al fiume, sul Bormida, sotto il ponte del treno. C’era la spiaggetta.
Ogni tanto si andava anche all’Orba perché era più basso, più pulito e riuscivamo anche a pescare qualche pesciolino con le mani.
Ricordo che un mio vicino un anno aveva comprato un canotto a quattro posti con i remi, un pomeriggio siamo partiti col canotto in spalla e siamo andati all’Orba e siamo saliti sul canotto, ad un certo punto la corrente a iniziato a tirare, alla fine siamo arrivati all’imbocco tra il Bormida e l’Orba, per “fortuna” uno spuntone che sbucava dall’acqua ha bucato il canotto che si è afflosciato e noi siamo finiti nell’acqua, altrimenti chissà dove finivamo. Eravamo fortunatamente vicino alla riva in un punto dove si toccava e siamo riusciti ad uscire.
Le differenze che noto con gli immigrati di oggi rispetto a noi immigrati di allora? Sicuramente la tolleranza, oggi mi sembra ce ne sia un po’ di più. Un’altra sostanziale differenza è che noi allora non facevamo fatica a trovare lavoro, oggi lavoro non ce n’è. Noi poi all’epoca abbiamo lasciato posti dove, se non fosse stato per problemi politici, avremmo vissuto nell’agio economico, oggi spesso non lasciano posti agevoli e confortevoli.