Mi chiamo Pino e sono arrivato ad Alessandria nel ’58, dovevo ancora compiere 10 anni.
Sono arrivato qui con tutta la mia famiglia: mamma papà due fratelli e una sorella. Ho lasciato la mia città, Butera, che si trova in Sicilia, perché non c’era più possibilità di vivere in maniera dignitosa, si sopravviveva e basta. Abbiamo scelto Alessandria perché c’erano già dei parenti di mia mamma, per comodità e per abitudine del tempo, abbiamo deciso di venire qui.
Una volta arrivati in città abbiamo abitato al Cristo, alle Casermette, ma non ricordo esattamente la via. Da questa casa al Cristo siamo poi andati in via Rivolta, in Pista. Abbiamo lasciato la casa delle Casermette perché era davvero molto piccola, c’era una stanza e basta. Quando poi sono arrivate le case popolari in via Rivolta ci siamo spostati.
Alle Casermette c’erano sicuramente molte altre persone provenienti dal sud Italia, nessun parente, però. Nella casa in cui stavamo, che era molto piccola, aveva un locale unico che era diviso da tende, stavamo solo noi. D’inverno ci riscaldavamo con la stufa a legna, tenevamo i pezzi fuori e all’occorrenza li portavamo dentro per riscaldarci. Il bagno, invece, era fuori. L’unica cosa bella di questo complesso di case era il cortile esterno dove noi bimbi scorrazzavamo dal mattino alla sera e tutto intorno c’erano prati. Il rapporto con i vicini di casa, sia alla Casermette che, poi, in via Rivolta, è sempre stato ottimo. Non abbiamo mai avuto nessun problema.
Per quanto riguarda la spesa invece la nostra priorità era spendere poco, il meno possibile, quindi facevamo la spesa in giro per la città: la pasta dal pastificio Buzzi, la carne nella macelleria, che vendeva pezzi di seconda scelta, agli Orti. Mi ricordo che io andavo a prendere la pasta da solo e la carne con la mamma. Invece, il pane lo compravamo al Cristo, era più comodo e da quel che ricordo i negozi erano gestiti da alessandrini.
Andavamo anche al mercato, quello coperto di via San Lorenzo. Per i vestiti non ricordo precisamente, se ne occupava la mamma, e sono sicuro che facevamo vari passaggi di indumenti, poi interveniva anche la Caritas che alle Casermette era molto presente.
Le scuole invece io e mio fratello le abbiamo fatte in posti diversi: io ho fatto la quinta elementare alle casermette, c’era il distaccamento di una scuola, poi sono andato in seminario a 11 anni, mentre mio fratello Emilio andava al Galileo Galilei.
È stata un’esperienza traumatizzante in primis per il freddo. Vedevo gli altri che arrivavano in classe con i guanti e iniziavano subito a scrivere, io non li avevo e sentivo un freddo alle mani immenso, il maestro era gentile e mi dava la possibilità di scaldarmi e iniziare a scrivere dopo. Contrariamente ad altri, la lingua non è mai stata un grosso problema, cercavo di arrangiarmi. Non mi sono sentito troppo messo da parte, ma comunque, ogni tanto, ho sperimentato battutine pungenti sulla mia pelle.
In casa lavoravano tutti e due i miei genitori, principalmente mio padre, ma anche mia mamma si dava da fare: mio papà all’inizio faceva lo stracciaio, poi il manovale alle Casermette mentre costruivano la chiesa di San Giuseppe e poi è andato a fare l’operaio in via Isonzo alla Guala. Credo che abbia trovato lavoro da Guala grazie all’aiuto della San Vincenzo, tra l’altro adesso sono in ottimi rapporti con alcuni membri della famiglia. Mia mamma invece, quando poteva, faceva le pulizie.
La domenica era molto “liberi tutti”, si frequentava l’oratorio e poi, da quel che ricordo, per la messa, quando eravamo al Cristo, non c’era ancora la chiesa, però venivano queste associazioni (Caritas) a fare messa. Quando eravamo in via Rivolta, ed io ero in collegio, i miei genitori sicuramente andavano a messa, erano persone di fede e per loro era importante. Ricordo anche che andavamo al cinema della parrocchia, non andavamo insieme, come dicevo prima era molto liberi tutti! Poi, appena è stato possibile, mia mamma ha acquistato la televisione.
Tornando poi alla parrocchia che frequentavamo, quella in Pista, c’era un po’ di tutto: persone dal sud, dal nord..
Sempre legato ai momenti di festa mi ricordo che in via Palermo facevano, in un cortile, il festival dell’Unità, poi partecipavo alla processione della Salve, però, per il resto, non ho un ricordo vivido di altri episodi.
Parlando di difficoltà sicuramente tra le cose più difficili che la mia famiglia ha dovuto affrontare ci sono la ricerca del lavoro e poi l’inserimento nel contesto in cui vivevamo. Alle Casermette era andata bene dal punto di vista dell’inserimento, ma quando ci siamo spostati è stato più difficile, cercavamo di integrarci in un posto che non ci vedeva bene. Sono sicuro che i miei genitori abbiano sofferto per questo, ma nonostante ciò, nessuno dei due ha mai pensato di tornare in Sicilia. Io ho patito molto, da bambino, la separazione con la Sicilia, mi mancavano tanto i nonni ed ero triste per questo.
Tornando al discorso sistemazione sicuramente arrivare qui con un po’ di aiuto è stato importante: il parente di mia mamma di cui parlavo prima ci ha aiutati a trovare le Casermette, ad esempio. Ma siamo stati aiutati anche dagli enti caritativi che erano molto presenti. Non ricordo, ad esempio, enti comunali strutturati che ci hanno aiutato. Poi, mano a mano che si conoscevano persona, nascevano piccoli aiuti privati. Posso dire che, comunque, siamo stati accolti bene. Forti del fatto che fossimo una famiglia a modo e riconosciuti come tali e questa è una cosa che mi porto dentro.
La più grande differenza tra i migranti del passato e quelli di oggi è che quelli di oggi hanno un’etichetta in più: il colore della pelle. I meccanismi sono gli stessi e le motivazioni anche, ma loro subiscono un livello di razzismo decisamente più elevato.
Per concludere vorrei raccontare di un episodio in cui avrei voluto svenire dalla vergogna: dicevo sempre a mia mamma di darmi un sacco per andare a prendere la pasta, ma non avevamo un sacco quindi, dopo averle rotto le scatole per lungo tempo, mi ha dato un federa. Io sono andato a fare il mio acquisto ed ero di ritorno, ero a metà della città, più o meno, e la federa si è rotta. Tutta la pasta è finita per terra. Io piangevo come una fontana, mi si sono avvicinate le signore e i signori che mi consolavano. Questa per me è una scena indimenticabile, sapevo di aver fatto un danno, mi vergognavo tantissimo e mi vergognavo anche per il fatto di avere un federa, cosa che è stata notata dalle altre persone.